L’industria dell’alluminio si dice a favore di un ciclo economico sostenibile e l’affermazione “Contiene il 100% di materiale riciclato” non è un criterio oggettivamente valido dal punto di vista ecologico. Ogni passo che facciamo implica produzione di CO2. Oggi più di prima la “carbon footprint” (impronta ecologica) dei prodotti e servizi è in cima all’agenda delle priorità. Si tratta sicuramente di un trend positivo, ma si deve andare oltre: verso la gestione responsabile di tutte le risorse naturali.
Si percepisce una sempre maggiore urgenza, anche sulla scena politica internazionale, di reale “sostenibilità”. Una sfida che la filiera dell’alluminio non può non accettare. Si tratta, per l’industria di trasformazione di questo materiale, di definire un equilibrio tra l’esigenza di marketing strategico e l’adozione di processi di produzione ecologicamente responsabili. Per l’alluminio, in particolare, questo significa l’utilizzo delle risorse di metallo disponibili – tra cui quelle derivanti da riciclo – applicando criteri di responsabilità sociale e lungimiranza, in linea con le regole del mercato. Gli indicatori, che sono in taluni casi fuorvianti – come ad esempio quello relativo al “contenuto di materiale riciclato”, come detto – non sono d’aiuto nel raggiungere questo obiettivo, dal momento che la dichiarazione della quota di materiale riciclato contenuta in un prodotto non è sufficiente per influire sulla discussione in merito alla sostenibilità. “La nostra opinione è che questa forma di greenwashing sia uno strumento inadeguato per affrontare, in modo responsabile, le giustificate richieste di informazioni provenienti dai consumatori”, afferma Stefan Glimm, direttore di GDA, la German Aluminium Association, che lancia un appello per una reale sostenibilità.
Insomma, il green cycling è la vera alternativa al greenwashing. In qualità di materiale riciclabile all’infinito, l’alluminio ha da sempre un ruolo proiettato al futuro. Circa il 75% di tutto l’alluminio prodotto, sin dal 1888, viene costantemente e ripetutamente riciclato e trasformato in nuovi prodotti. Questo è stato confermato dalla “Material Flow Analysis”, verificata dall’Università americana di Yale e pubblicata ogni anno dall’International Aluminium Institute. È difficile trovare un altro materiale presente nel ciclo produttivo con un grado di riciclo così elevato, pari a tre quarti rispetto alla sua quantità prodotta. Per i metalli, come l’alluminio, azione sostenibile significa quindi la ripetuta lavorazione del materiale e la sua reintroduzione nel ciclo produttivo per nuove applicazioni.
Le indagini condotte in precedenza dalla Organisation of European Aluminium (OEA) e dalla GDA dimostrano che la percentuale complessiva di riciclo dell’alluminio in Europa è superiore al 70%. Nel settore automobilistico e nell’edilizia questa percentuale raggiunge persino il 95%, mentre in quello degli imballaggi siamo oltre il 50%.
L’alluminio si trova in una vasta gamma di prodotti, che rappresentano importanti fonti di materia prima che si renderà disponibile in futuro. Ad oggi risultano in uso 200 milioni di tonnellate di alluminio nei settori dell’architettura e dell’edilizia, con una durata minima di 30 anni. Infatti, la vita media utile dei prodotti in alluminio è proprio di una trentina d’anni. Se i materiali come l’alluminio possono essere trasformati in modo economico ed ecologico a partire dai rottami, sarà difficile che questi ultimi vengano abbandonati: un ciclo di ri-lavorazione e produzione praticamente perfetto. Eccellente per salvaguardare le risorse.
Nel frattempo, l’industria dell’alluminio subisce una pressione sempre crescente da parte delle autorità competenti in materia edilizia e dei produttori di alimenti e bevande affinché venga specificato il contenuto di materiale riciclato nei prodotti. Tale richiesta è finalizzata a sostenere le argomentazioni strategiche utilizzate per le iniziative pubblicitarie e di marketing con assunti apparentemente ecologici, il tutto al fine di attirare l’attenzione del pubblico. I messaggi pubblicitari facili da cogliere, come per esempio “foglio di alluminio per uso domestico realizzato al 100% con alluminio riciclato”, sono molto di moda. Ma se tutti i consumatori di alluminio volessero acquistare prodotti “più verdi” sarebbe necessario incrementare artificialmente gli scarti di produzione. Solo in questo modo, infatti, è possibile ottenere una quota superiore di materiale riciclato necessaria a etichettare un prodotto come “verde” al 100%. Questo approccio alla produzione risponde davvero ai criteri di sensibilità ecologica? Nel caso citato, l’efficienza dell’uso delle risorse tenderebbe esattamente all’opposto rispetto a ciò cui industria e società dovrebbero puntare. Come spiega Stefan Glimm: “Anche se si disponesse della tecnologia necessaria a realizzare un dato prodotto interamente a partire dal riciclo, dal punto di vista ecologico ed economico questa sarebbe una situazione paradossale. I prezzi delle materie prime seconde, e quindi anche il prezzo di mercato finale, aumenterebbero considerevolmente se tutti i produttori decidessero di adottare questo approccio”. Semplicemente, la quantità di rottami di alluminio disponibile non è sufficiente a soddisfare la domanda generale di alluminio. Nel 2008, per esempio, la richiesta di alluminio a livello mondiale è stata di 47 milioni di tonnellate, soddisfatta con 37 milioni di tonnellate di alluminio primario e con 10 milioni di rottame disponibile. A questo riguardo sono due i fattori di importanza essenziale: la crescita del mercato negli ultimi decenni e la vita media utile dei prodotti in alluminio – che nei beni di consumo è di circa sei mesi, vedi lattine per bevande, di dodici anni per le autovetture e di 50 anni o anche più nei settori ferroviario e delle costruzioni. Fattori che si sono nel breve tradotti in una domanda di alluminio superiore alla disponibilità di rottami.
Insomma, il marketing usa messaggi di “greenwashing” che mirano a catturare l’attenzione del consumatore ma privi di un fattore di sostenibilità a lungo termine. E i mercati “artificiosi”, secondo Glimm, non sono una soluzione. I prezzi attuali dei rottami di alluminio derivano infatti da un mercato del riciclo dell’alluminio ormai consolidato. La creazione di mercati “artificiosi”, ovvero flussi di materiale dedicati a soddisfare specifici input per determinati prodotti, porterebbe inevitabilmente a un inefficiente utilizzo delle risorse con aumenti delle distanze complessive di trasporto e dei correlati impatti ambientali. La sostenibilità ecologica dell’alluminio può essere invece migliorata potenziando ulteriormente la raccolta e il recupero dei prodotti a fine vita. In una prospettiva ecologica complessiva non è opportuno penalizzare un produttore a causa di uno scarso contenuto di alluminio riciclato; mentre dovrebbe essere legittimamente responsabilizzato affinché promuova una produzione e un uso sostenibile del metallo e ne garantisca infine il riciclo dopo l’uso.
“Invece di inseguire messaggi sul riciclo semplicistici e di diffondere indicatori discutibili dal punto di vista ecologico, la filiera dell’alluminio è a favore di una chiusura del ciclo dei materiali, in modo da promuovere una sempre maggiore sostenibilità nella produzione e nell’uso del metallo – sintetizza il direttore di GDA. – Ciò garantisce la credibilità della filiera dell’alluminio che contribuisce a una produzione e a un uso sostenibili delle risorse”.