WASTE END – I RIFIUTI E IL MADE IN ITALY

Raddrizzare la gestione dei rifiuti – che in Italia presenta eccellenze ma anche punti deboli – e farne un trampolino per dare nuovo slancio all’economia.  Sfruttare  le opportunità che arrivano da una gestione sostenibile e innovativa dei rifiuti urbani a vantaggio di imprese, occupati e competitività della nostra economia.

“Waste End. Economia circolare, nuova frontiera del made in Italy” è questo: un rapporto firmato da Symbola.

Non servono nuovi termovalorizzatori: con misure realizzabili in 5 anni l’Italia potrebbe ridurre di due terzi i rifiuti avviati a discarica, raddoppiare la raccolta differenziata, aumentare il numero di impianti di compostaggio e di preparazione al riciclo e ridurre drasticamente discariche e inceneritori esistenti. Che significa anche meno risorse consumate, meno emissioni, più materia prima seconda recuperata per la nostra manifattura e più occupati. Fino a 22 mila nel solo settore del ciclo di gestione dei rifiuti. Per arrivare preparati al 2020, spiegano Symbola e Kinexia, basterebbe puntare sulla riduzione dei rifiuti e sul riuso di oggetti e materiali, ad esempio incentivando i prodotti alla spina anziché quelli monouso, spingendo sulla sharing economy, dichiarando guerra all’obsolescenza programmata, realizzando il pashing out di prodotti come gli imballi alimentari non compostabili, promuovendo i centri di raccolta e re-design, introducendo una tariffa sulla base della quantità effettiva di rifiuti prodotti e cancellando gli incentivi sul recupero energetico degli impianti di incenerimento.

L‘obiettivo “rifiuti zero” – spiega il presidente della Fondazione Symbola Ermete Realacci – non è solo un orizzonte culturale, ma una possibilità tecnologica in grado di dare forza e competitività alla nostra economia. La seconda manifattura d’Europa, la meccanica più competitiva del mondo dopo quella tedesca”. E’ questa la prospettiva dalla quale è partita la Fondazione Symbola per il loro rapporto Waste End, presentato nei giorni scorsi a Milano da Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, insieme a Duccio Bianchi di Ambiente Italia e all’assessore all’Ambiente del Comune di Milano Pierfrancesco Maran. Con l’obiettivo di  arrivare in un quinquennio  ad una rivoluzione del nostro modello produttivo.

La corretta gestione dei rifiuti – prosegue il presidente di Symbola Realacci – è un settore strategico non solo per la tutela dell’ambiente, ma anche per ripensare in chiave green e circolare la nostra economia. Un fronte che già oggi disegna una filiera produttiva innovativa, che è un pezzo importante dell’economia del futuro e sul quale bisogna investire con più ‘visione’ e convinzione. Milano è prima insieme a Vienna tra le metropoli europee sopra il milione di abitanti per raccolta differenziata e medaglia d’oro mondiale fra le grandi città per numero di persone servite dalla raccolta dell’organico. Ma il sistema di raccolta e gestione del nostro Paese è caratterizzato da luci e ombre. E anche se siamo campioni europei nell’industria del riciclo – a fronte di un avvio a recupero industriale di 163 milioni di tonnellate di rifiuti su scala europea nel nostro Paese ne sono stati recuperati 24,1 milioni, il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi europei (in Germania sono 22,4) – molta strada si deve ancora fare sulla frontiera avanzata del ‘Waste End'”. 

Il principio ispiratore è appunto quello –  raccolto anche dalla Commissione europea nel pacchetto dedicato, proposto il 2 luglio scorso – dell’economia circolare: un modello non più lineare, dalla materia al prodotto al suo smaltimento, ma pensato per potersi ‘rigenerare’.  Che parte dalla progettazione di un sistema più efficiente nell’uso di risorse:  con l’utilizzo di fonti e risorse rinnovabili; con  chi produce (e anche chi consuma) responsabile dell’intero ciclo di vita del prodotto; con una forte capacità di innovazione e un design di prodotto fatto per durare, per il disassemblaggio, il riciclaggio e il riutilizzo.

Questi gli obiettivi che fissa Waste End al 2020: ridurre di due terzi i rifiuti avviati in discarica (dal 38% al 12% del totale), raddoppiare la raccolta differenziata (dal 43% all’82%), tagliare il rifiuto urbano residuo indifferenziato ad un terzo (dal 57% al 18%), più che dimezzare l’incenerimento (dal 17% al 7%). In questo scenario, che per quanto ambizioso è a portata di mano, la capacità industriale di preparazione al riciclo raddoppierebbe da 12 milioni di tonnellate attuali a 24 milioni di tonnellate, il recupero di materia nei processi industriali passerebbe dall’attuale 24% dei rifiuti al 48,5%, il recupero per usi agronomici dal 13% al 30%, mentre il recupero per usi energetici dal 19% attuale scenderebbe al 14%, privilegiando soluzioni meno inquinanti e più innovative.

Una rivoluzione che porterebbe nuove imprese e nuova occupazione: nel ciclo di gestione dei rifiuti si avrebbero circa 22.000 occupati in più (+37%), per effetto di una forte crescita nei settori a più alta intensità di lavoro (soprattutto nella raccolta e preparazione al riciclo). Nel settore del riutilizzo si genererebbero fino a 10.500 nuovi occupati. Lo sviluppo del riciclo determinerebbe una crescita di 12.000 occupati rispetto alla situazione attuale. Il valore della produzione nell’industria di preparazione passerebbe da 1,6 miliardi attuali a 2,9 miliardi. E anche la manifattura riceverebbe una potente spinta dalla sistematica disponibilità di materia prima seconda. Una rivoluzione che converrebbe all’ambiente, meno risorse utilizzate e meno emissioni (fino a 19 milioni di tonnellate di CO2), alla filiera del recupero, alla manifattura, ma anche ai cittadini con una riduzione di circa il 20% del costo di gestione dei rifiuti urbani.

Alla ricerca ha partecipato anche Kinexia

Di seguito il dossier in formato pdf. 

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